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CENNI STORICI SUL GIARDINO DUCALE DI PARMA

Quando Paolo III Farnese inventò i ducati di Parma e Piacenza per suo figlio Pierluigi, fu urgente allestire dal nulla le residenze per la nuova corte. Assassinato Pierluigi a Piacenza nel 1547, suo figlio Ottavio fece di Parma la sua vera capitale e scelse di abitare a nord del centro, a ridosso delle vecchie fortificazioni urbane insediate a cavallo del torrente che separa in due la città: a est riunì delle case private per farne il proprio palazzo, a ovest acquisì vaste aree ortive dove esistevano giardini, casini patrizi ? tra cui quello ancora esistente, cosiddetto di Eucherio Sancitale, ma in realtà probabile sede degli Umiliati, per ricavarne il proprio giardino. I modelli di legame tra residenza urbana e delizia suburbuna con un passaggio esclusivo sul fiume vanno cercati nella residenza romana della casata, con il progettato ponte sul Tevere tra Palazzo Farnese e gli orti della Farnesina, e nel prestigioso complesso mediceo fiorentino, con il corridoio pensile sull'Arno tra Palazzo Vecchio e il giardino di Boboli. A Parma si realizzò per gradi un vasto giardino, in un lungo lotto a trapezio irregolare, circondato su due lati dalle mura urbiche e suddiviso in regolari scomparti da viali perpendicolari affiancati da pergolati con due alti padiglioni al centro; a partire dal 1561 un preesistente casino turrito corrispondente a un'antica pusterla fu trasformato, quasi certamente dal Vignola, in villa cubica con loggiato e torretta centrale. Così compare nelle vedute di Parma di Paolo Ponzoni (Sala d'Ercole a Caprarola e incisione del 1572). Alla sua fronte si addossò, dal 1564, la magnifica fontana costruita da Giovanni Boscoli da Montepulciano; l'acqua del torrente era condotta fin sulla torretta, da cui discendeva alimentando i giochi lungo i parapetti della monumentale scalea della fronte e nell'invaso trilobato, decorato da molte statue, scogli e dal ninfeo interno, dedicato a Fetonte in omaggio al genius loci dell'Eridano, ossia il Po che con le sue acque lambiva i dominî farnesiani.

Tra Cinque e Seicento, la costruzione della cittadella pentagonale di Alessandro Farnese privò definitivamente l'area delle vecchie funzioni difensive: abbattute le mura residue e colmati i fossati ? ancora leggibili nella precisa pianta urbana dello Smeraldi - la residenza si unì definitivamente ai giardini, accentuando la sua marginale e asimmetrica collocazione rispetto alla dimensione principale del lotto. Il giardino era ricco di siepi di rosmarino e di mirto, di querce, platani e abeti alpini, di alberi da frutta e ortaggi, oltre a moltissimi agrumi in vaso, ricoverati d'inverno in capanni riscaldati; un labirinto occupava un vasto scomparto, mentre peschiere e boschetti rifornivano la corte di pesce fresco e selvaggina.

Nella seconda metà del Seicento, Ranuccio II fece smantellare la grande fontana, sembra per dare una più salubre collocazione alla preziosa quadreria farnesiana da lui trasferita nel palazzo, ampliato nel frattempo da Simone Moschino e Girolamo Rainaldi. Lo stesso duca volle comunque dotare il giardino di un altro specchio d'acqua, ma al capo opposto, più vasto e di forma ovoidale, per rappresentarvi nel 1690 una sfarzosa naumachia per le nozze tra il suo primogenito Odoardo e la figlia dell'Elettore palatino; da questo momento il giardino fu consacrato a sede privilegiata per il festeggiamento di lieti eventi dinastici.

Sotto gli ultimi Farnese, l'attenzione della corte per i giardini si concentrò soprattutto nella residenza extraurbana di Colorno, in linea con la generale emulazione del modello di Versailles da parte dei prìncipi europei. L'estinzione della casata nel 1731 comportò il totale degrado del giardino parmense. Soltanto dopo 18 anni di travagliate vicende politiche e militari, Parma recuperava la dignità di capitale, con l'arrivo di don Filippo di Borbone nel 1749. La nuova corte promosse subito il riattamento delle malandate e spoglie residenze ducali, giardini compresi. Guillaume Dutillot, il futuro ministro riformatore, richiese un progetto per risistemare il giardino urbano allo specialista francese Pierre Contant d'Ivry.

  


Recentemente acquisiti dalla Cassa di Risparmio di Parma, sette dei suoi fogli, documentano un' affascinante proposta di impianto tardobarocco alla francese, suddiviso in tre zone distinte: una davanti al palazzo, più rappresentativa, una al centro con orti e frutteti, e l'ultima, più amena, intorno al recuperato laghetto ovoidale. Ma da Parigi i disegni e le istruzioni d'accompagnamento arrivavano a singhiozzo, esasperando la corte parmense: così il giovane architetto Ennemond Alexandre Petitot, appena giunto dalla Francia, gli subentrò avanzando un disegno di concezione molto più unitaria, classicista ed architettonica. Scartata per motivi economici una sua prima proposta di nuovo palazzo, in affaccio sul torrente e da un lato e sull'asse principale dell'area dall'altro (soluzione che avrebbe risolto l'imbarazzante disassamento tra l'edificio e giardino),



Petitot dovette ripiegare sul tuttora esistente cerchio arboreo con un'étoile di viali a mascherare l'irregolare giacitura del vecchio palazzo.





Realizzato a partire dal 1753, il parco di Petitot si esempla sui precetti del Dezailler d'Argenville e del Blondel, con una struttura articolata gerarchicamente secondo un ésprit de système che dichiara un'illuministica fiducia nella regolazione della realtà, naturale come sociale, da parte dell'uomo. Esplicito omaggio nelle forme alla tradizione del grand siècle di Le Nôtre, l'impianto si articola in tre grandi episodi spaziali - étoile, quinconce centrali, peschiera ?, come nella proposta di Contant, ma ora strettamente legati tra loro, anche visualmente, dalla double allée centrale e dalle allées simples perimetrali; da questi viali si accede a un secondo livello di spazi, le sale centrali dei bosquets, che a loro volta consentono l'ingresso a cabinets de verdure di fogge sempre diverse, in voluta dialettica con l'omogeneità e la simmetria dei due livelli superiori. Il giardino di Petitot, a cui si concedeva talvolta accesso anche al popolo, fu via via arricchito dalle sculturee divinità dello scultore di corte Jean Baptiste Boudard, che realizzò anche i grandi vasi decorativi disegnati dall'architetto.

Anche sotto i Borbone-Parma, i giardini ospitarono le feste legate ai matrimoni ducali: già nel 1760 per gli sponsali tra Isabella e l'arciduca d'Austria Giuseppe (1760), ma soprattutto per quelli tra don Ferdinando e Maria Amalia d'Austria (1769), i cui festeggiamenti - ideati da Petitot - furono immortalati dal celebre tipografo Giambattista Bodoni, appositamente chiamato a Parma.





La nuova coppia ducale, com'è noto, privilegiò di gran lunga le residenze extraurbane di Colorno e Sala Baganza ai palazzi di città; così l'impianto del giardino non mutò, anche sotto il successivo dominio napoleonico, quando le regge di Parma e di Colorno furono dichiarate palazzi imperiali, e affidate alle cure di un allievo di Petitot, Donnino Ferrari.

Nemmeno l'ex imperatrice dei Francesi, Maria Luigia d'Asburgo, nella sua nuova veste di duchessa di Parma e Piacenza, si curò molto del giardino nella capitale, poiché risedette soprattutto a Sala Baganza e a Colorno, dove trasformò i parchi secondo il gusto naturalistico all'inglese.

Passato al Comune dopo l'unità nazionale, il giardino parmense fu aperto alla cittadinanza: alla nuova funzione si legano le numerose modifiche della cinta, compreso l'abbattimento della mura con le terrasses alberate,



la sostituzione dei muri di cinta con inferriate, l'apertura di nuovi ingressi (in particolare quello principale verso il centro della città, per cui si realizzò appositamente un nuovo ponte) e l'aggiunta di nuovi arredi (panchine, fontanelle, segnaletica, chioschetti, lampioni a gas e poi a elettricità);

  


molte sculture del Settecento vennero diversamente collocate e sull'isolotto della peschiera fu istallata la fontana del Trianon, proveniente dall'ex giardino ducale di Colorno. Tutti questi interventi, pur nell'assenza di criteri filologici, mostrarono la volontà di aderire allo "stile originario", ma soprattutto di conferire dignità e funzionalità di area pubblica al complesso. Così rinnovato il giardino si prestò a ospitare molte manifestazioni espositive e celebrative, tra cui la mostra allestita nel 1913 per il centenario della nascita di Giuseppe Verdi.



Anche per l'eccessivo carico di utenza legato a queste occasioni, ma soprattutto per la progressiva carenza di manutenzione e per gli usi impropri di alcune sue zone, il degrado del giardino di Parma si è vistosamente accelerato negli ultimi decenni.

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